LA TRADIZIONE CAVALLERESCA |
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ELEMENTI
TRADIZIONALI 2
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Tratto
da
“Il re del mondo nella tradizione”
di
R.
Guénon
(ed. Adelphi)
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Il
titolo di “Re del Mondo”, inteso nella sua accezione
più elevata, più completa e insieme più rigorosa,
viene attribuito propriamente a Manu, il
Legislatore primordiale e universale il cui nome si
ritrova, sotto forme diverse, presso numerosi popoli
antichi: ricordiamo soltanto, a questo proposito, il
Mina o Menes degli Egizi, il Menw
dei Celti e il Minosse de Greci.Tale nome, del
resto, non indica un personaggio storico o più o meno
leggendario.Esso designa, in realtà, un principio,
l’Intelligenza cosmica che riflette la Luce spirituale
pura e formula la Legge (Dharma) propria delle
condizioni del nostro mondo o del nostro ciclo di
esistenza; ed è, al tempo stesso, l’archetipo
dell’uomo considerato specialmente in quanto essere
pensante. D’altra parte l’importante qui è far
rilevare che tale principio può essere reso manifesto
da un centro spirituale stabilito nel mondo terrestre,
da una organizzazione incaricata di conservare
integralmente il deposito della tradizione sacra, di
origine “non umana”(oparusia), per mezzo della
quale la Sapienza primordiale si comunica attraverso
le epoche a coloro che sono in grado di riceverla.

Il capo di tale
organizzazione, in quanto rappresenta Manu
stesso, potrà legittimamente portarne iltitolo e gli
attributi; inoltre, dato il grado di conoscenza che
deve aver raggiunto per poter esercitare la sua
funzione, si identifica realmente col principio di cui
è in certo modo l’espressione umana e davanti al quale
la sua individualità scompare. Così è per l’Agarttha,
se questo centro ha raccolto, come dice Saint-Yves,
l’eredità dell’antica “dinastia solare” che risiedeva
un tempo a Ayodhya e che faceva risalire la propria
origine a, il Manu del ciclo attuale.
Come già detto,
Saint-Yves non considera tuttavia il capo supremo
dell’Agarttha quale “Re del Mondo”; lo presenta
come “Sovrano Pontefice”e inoltre lo pone a capo di
una ”Chiesa bràhmanica”, designazione che deriva da
una concezione un po’ troppo occidentalizzata. Il
carattere “pontificale”, nel senso più vero che ha
questa parola, appartiene realmente e per eccellenza,
al capo della gerarchia iniziatica, e ciò richiede una
spiegazione: il Pontifex è un “costruttore di
ponti”, ed è quindi simbolicamente, colui che adempie
la funzione di mediatore, in quanto stabilisce la
comunicazione fra questo mondo e i mondi superiori.In
tal senso, l’arcobaleno, il “ponte celeste”, è il
simbolo naturale del “pontificato”; e tutte le
tradizioni gli attribuiscono significati perfettamente
concordanti: così, presso gli Ebrei, esso è il pegno
dell’alleanza di Dio con il suo popolo; in Cina, è il
segno di unione del Cielo con la Terra; in Grecia
rappresenta Iride, la ”messaggera degli Dei”; un po’
dappertutto, presso gli Scandinavi, i Persiani, gli
Arabi, in Africa centrale e anche presso certi popoli
dell’America del Nord, è il ponte che collega il mondo
sensibile a quello sovrasensibile.[...]Vi era, nel
medioevo, un’espressione che riuniva in sé, in un modo
che vale la pena di sottolineare, i due aspetti
complementari dell’autorità: a quell’epoca, si parlava
spesso di una contrada misteriosa chiamata “Regno del
prete Gianni”. Era il tempo in cui quella che si
potrebbe designare la “copertura esteriore” del centro
in questione era costituita, in buona parte, dai
Nestoriani (o da quanto si è convenuto, a torto o a
ragione di chiamare così) e dai Sabei; proprio questi
ultimi si attribuivano il nome di Mendayyeh di
Yahia, cioè “discepoli di Gianni”.A questo
proposito, possiamo fare subito un’altra
osservazione:è perlomeno curioso che numerosi gruppi
orientali a carattere molto chiuso, dagli Ismaeliti o
discepoli del “Vecchio della Montagna” ai Drusi del
Libano, abbiano assunto tutti, similmente agli ordini
cavallereschi occidentali, il titolo di “guardiani
della Terra Santa”.Quanto segue aiuterà senza dubbio a
capire meglio il significato di tutto ciò; si direbbe
che Saint-Yves abbia trovato una parola molto giusta,
forse ancor più di quanto lui pensasse, quando parla
dei “Templari dell’Agarttha”.Perchè non ci si
meravigli dell’espressione “copertura esteriore”che
abbiamo appena usato, aggiungeremo che bisogna aver
ben presente il fatto che l’iniziazione cavalleresca
era essenzialmente un’iniziazione di Kshatryia;
il che spiega, fra l’altro, il ruolo preponderante che
vi svolge il simbolismo dell’Amore.

A prescindere da
queste ultime considerazioni, l’idea di un personaggio
che è sacerdote e re allo stesso tempo non è molto
comune in Occidente, benché, proprio all’origine del
Cristianesimo, essa sia rappresentata in modo assai
evidente dai “Re Magi”: ancora nel medioevo il potere
supremo (stando perlomeno alle apparenze esteriori)
era diviso fra il Papato e l’Impero. Tale separazione
può essere considerata il segno di un’organizzazione
incompleta al vertice, se così possiamo esprimerci,
poiché non vi appare il principio comune da cui
procedono e dipendono regolarmente i due poteri;
dunque il vero potere supremo doveva trovarsi altrove. In
Oriente,al contrario, il mantenimento di una
separazione al vertice stesso della gerarchia è
abbastanza eccezionale, e solo in certe concezioni
buddiste si può incontrare qualcosa del genere;
intendiamo alludere alla incompatibilità dichiarata
tra la funzione di Buddha e quella di
Chakravartì o “monarca universale”, là dove si
dice che Shàkya-Muni, a un certo
momento,dovette scegliere fra l’una e l’altra. [...] Da
quanto abbiamo detto si potrà già capire che il “Re
del Mondo”deve avere una funzione essenzialmente
ordinatrice e regolatrice (e si noterà che non senza
ragione quest’ultima parola ha la stessa radice di
rex e regere), funzione che può riassumersi
in una parola come “equilibrio” o “armonia”, il che
viene reso esattamente in sanscrito dal termine
Dharma; con ciò intendiamo il riflesso, nel mondo
manifestato, dell’immutabilità del Principio supremo.Si
potrà capire anche,sulla base delle stesse
considerazioni, perché il “Re del Mondo”ha come
attributi fondamentali la “Giustizia” e la “Pace”, che
sono appunto le forme rivestite specificamente da tale
equilibrio e tale armonia nel “mondo dell’uomo”. [...]
Vi sono spiriti
timorosi, la cui capacità di comprendere è stranamente
limitata da idee preconcette, i quali sono rimasti
turbati dalla denominazione stessa di “Re del Mondo”,
che hanno avvicinato subito a quella del Princeps
hujus mundi di cui si parla nel Vangelo.Tale
assimilazione, ovviamente, è del tutto erronea e priva
di fondamento, per accantonarla, potremmo limitarci a
far osservare che il
titolo di “Re del Mondo”, in ebraico e in arabo, è di
solito attribuito a Dio stesso. [...] Secondo Saint-Yves,il
capo supremo dell’Agarttha porta il titolo di
Brahàtmà, “supporto delle anime nello Spirito
di Dio”; i suoi due coadiutori sono il Mahàtmà,
”rappresentante dell’Anima universale” e il Mahànga,
”simbolo di tutta l’organizzazione materiale del
Cosmo”: questa è la divisione gerarchica che le
dottrine occidentali rappresentano tramite il ternario
“spirito, anima, corpo”, e che è applicata qui secondo
l’analogia costitutiva del Macrocosmo e del Microcosmo. E’
importante notare che tali termini, in sanscrito,
designano propriamente dei principi e non possono
essere applicati a esseri umani se non in quanto
rappresentanti di questi stessi principi, in modo che,
anche in tale caso, sono collegati essenzialmente a
funzioni e non a individualità.Secondo Ossendowski, il
Mahàtmà “conosce gli avvenimenti del futuro”, e
il Mahànga “dirige le cause di tali
avvenimenti”; quanto al Brahàtmà, può ”parlare
a Dio faccia a faccia”, ed è facile capire che cosa
significhi questo, ricordando che esso occupa il punto
centrale in cui si stabilisce la comunicazione diretta
del mondo terrestre con gli stati superiori e, per
loro mezzo, con il Principio supremo. Del resto,
l’espressione “Re del Mondo”, intesa in senso stretto
ed esclusivamente in rapporto col mondo terrestre,
sarebbe assai inadeguata; ben più esatto, per certi
riguardi, sarebbe attribuire al Brahàtmà quella
di “Signore dei tre mondi” perché, in ogni vera
gerarchia, colui che possiede il grado possiede al
tempo stesso e per ciò stesso tutti i gradi
subordinati, e quei “tre mondi” sono, come spiegheremo
più avanti, i regni che corrispondono rispettivamente
alle tre funzioni che abbiamo appena enumerato.
“Quando esce dal
Tempio, ”dice Ossendowski “il Re del Mondo è raggiante
di Luce divina”.
La
Bibbia ebraica dice esattamente lo stesso di Mosè
quando scende dal Sinai e, a proposito di questo
raffronto, bisogna notare che la tradizione islamica
considera Mosè come colui che è stato il “Polo” della
sua epoca.[...]Converrebbe anche fare una distinzione
fra il centro spirituale supremo del nostro mondo e i
centri secondari che possono essergli subordinati e
che lo rappresentano solo in rapporto a tradizioni
particolari, adattate specialmente a determinati
popoli.Senza dilungarci su questo punto, faremo
osservare che la funzione di “legislatore”(in arabo
rasùl), che è propria di Mosè,presuppone
necessariamente una delega del potere che il nome di
Manu designa; e, d’altra parte, uno dei
significati inerenti al nome di Manu indica
appunto la riflessione della Luce divina. [...] Sono
questi, dal basso in alto, i regni propri del
Mahànga, del
Mahàtmà
e del Brahàtmà, come si può constatare
riferendosi all’interpretazione dei loro titoli che abbiamo dato in
precedenza; e i rapporti di subordinazione esistenti
fra i diversi regni giustificano per il Brahàtmà
l’appellativo di “Signore dei tre mondi” che abbiamo
già usato: “Questi è il Signore di tutte le cose,
l’onnisciente (che vede immediatamente tutti gli
effetti nella loro causa),l’ordinatore interno (che
risiede al centro del mondo e lo regge dal di dentro,
dirigendone il movimento senza parteciparvi), la fonte
(di ogni potere legittimo), l’origine e la fine di
tutti gli esseri (della manifestazione ciclica in cui
egli rappresenta la legge)”.
Servendoci di un altro simbolismo, parimenti esatto,
diremo che il Mahànga rappresenta la base del
triangolo iniziatico e il Brahàtmà il suo
vertice; fra i due, il Mahàtmà incarna in certo
senso un principio mediatore (la vitalità cosmica, l’Anima
Mundi degli Ermetici),la cui azione si svolge
nello “spazio intermedio”. [...] Spieghiamoci con
chiarezza ancora maggiore: al Brahàtmà
appartiene la pienezza dei due poteri sacerdotale e
regale, considerati principalmente e in certo senso
allo stato indifferenziato; i due poteri si
distinguono in seguito per manifestarsi, il
Mahàtmà
rappresenta allora in particolare il potere
sacerdotale e il Mahànga il potere regale.
Tale distinzione
corrisponde a quella dei Bràhmani e degli
Kshatryia; essendo però “al di là delle caste”, il
Mahàtmà e il Mahànga hanno in se stessi,
come il Brahàtmà, un carattere sacerdotale e
regale di un tempo. A questo proposito, chiariremo un
punto forse non ancora spiegato in modo soddisfacente
e tuttavia molto importante: abbiamo alluso prima ai
“Re Magi” del Vangelo, dicendo che essi riuniscono in
sé i due poteri; diremo ora che tali personaggi
misteriosi non rappresentano altro, in realtà, che i
tre capi dell’Agarttha.

Il Mahànga
offre a Cristo l’oro e lo saluta come “Re”; il
Mahàtmà gli offre l’incenso e lo saluta come
“Sacerdote”; il Brahàtmà, infine gli offre la
mirra (cioè il balsamo d’incorruttibilità) e lo saluta
come “Profeta “ o Maestro spirituale per eccellenza.
L’omaggio reso in tal modo al Cristo nascente, nei tre
mondi che sono anche i loro rispettivi regni, dai
rappresentanti autentici della tradizione primordiale,
è nello stesso tempo,si noti bene, il pegno della
perfetta ortodossia del Cristianesimo nei confronti di
essa. [...] Vi è poi un’altra concordanza non meno degna
di nota: Saint-Yves, descrivendo i diversi gradi della
gerarchia iniziatica, i quali sono in relazione con
determinati numeri simbolici riferentesi
particolarmente alle divisioni del tempo, termina
dicendo che “il cerchio più alto e più vicino al
centro misterioso si compone di dodici membri, che
rappresentano l’iniziazione suprema e corrispondono,
fra l’altro, alla zona zodiacale”. Tale struttura si
trova riprodotta nel cosiddetto “consiglio circolare”
del
Dalai-Lama,
costituito dai dodici grandi Namshan; e la si
può ritrovare, del resto,persino in certe tradizioni
occidentali, in particolare in quelle che concernono i
“Cavalieri della Tavola Rotonda”. [...] La prima
conclusione che risulta da tutto questo è che vi sono
veramente legami molto stretti fra le descrizioni che, in tutti i paesi, si riferiscono a centri spirituali
più o meno nascosti, o almeno difficilmente
accessibili. La sola spiegazione plausibile di questo
fatto, qualora tali descrizioni si riferiscano, come
sembra, a centri diversi, è che questi non sono per
così dire altro che emanazioni di un centro unico e
supremo, così come tutte le tradizioni particolari
sono in fondo solo adattamenti della grande tradizione
primordiale.