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Testimonianza di un Cavaliere
Avevo 34 anni, un’educazione legata ai valori
tradizionali di una famiglia regolare da
generazioni, una cultura umanistica di livello
superiore, un lavoro di prestigio, una buona
condizione economica ma anche un certo
distacco dalla sfera spirituale, tipico di
moltissimi miei coetanei e di una generazione
figlia delle contrapposizioni
politico-culturali degli anni ’60 e della
graduale perdita di appeal esercitato dalla
Chiesa nella società; nel 1997, appunto, avevo
anche un matrimonio appena rovinato dalle
intemperanze di una ragazza immatura,
attraversavo una fase di riflessione critica e
di spensierata inclinazione alla distrazione
mondana. Pur senza alcuna sbandata etica,
vivevo tuttavia una stagione di assoluta
distrazione spirituale: la mia preparazione
dottrinale era rimasta alle basi della
Comunione e della Cresima, la mia
consapevolezza arrancava dietro ai veloci
ripassi effettuati in preparazione del
matrimonio. Se fatta eccezione per le feste
comandate e per convenzione sociale, si può
dire che non frequentassi il Signore da 20
anni. Ero il classico cristiano-cattolico per
eredità culturale, non praticante e con una
qualche manieristica attitudine ad un
atteggiamento di pregiudizio verso la Chiesa e
i suoi contenuti.
Ma quel Divisore che da anni cancellava le
tracce della mia strada verso la fede in
Cristo tenendomi lontano spiritualmente e
spegnendo il mio interesse ha trovato, un
giorno di 9 anni fa, il suo peggior nemico:
una croce patente rossa su fondo nero (in
basso) e bianco (all’alto), simbolo
dell’Ordine dei Poveri Cavalieri di Cristo e
del Tempio di Salomone, più noti come
Templari. Una croce è una croce, eppure quella
croce e i significati di tradizione, storia e
conoscenza che quella croce portava da 800
anni risvegliarono la passione sopita verso la
fede in Cristo, la tensione spirituale, verso
il desiderio di conoscere e capire, l’impegno
di testimoniare la propria identità cristiana
e cattolica attraverso una via, quella
cavalleresca, che sembrava ed è la mia.
Oggi ho 44 anni, una piena seppur migliorabile
consapevolezza spirituale, coscienza della
responsabilità che, come Cavaliere del Soet,
ho verso di me e dei Fratelli con i quali
condivido l’esperienza. Mi sento una persona
migliore di prima, un cristiano recuperato
nella propria fede e nella capacità di fare
testimonianza attiva verso tutti coloro che,
come me o peggio di me quando avevo 34 anni,
vivono nel completo distacco spirituale e sono
preda di mille deviazioni secolari. E’ il
Tempio che ha prodotto questo risultato e non
la Chiesa. Sono quei pochi ma illuminati
sacerdoti che ci hanno sempre seguito e
assistito ad averci riconciliato anche con la
Chiesa, sempre formalmente distaccata e quasi
ostile verso di noi. Una Chiesa che pure non
vive una stagione di grande vivacità
vocazionale, una Chiesa che la cultura
dominante confina spesso ai margini della
società e della cultura, una Chiesa emarginata
dal laicismo imperante nella politica e nelle
istituzioni nazionali e sopranazionali. Sì,
questa Chiesa in difficoltà che noi, Cavalieri
del Soet, riteniamo nostra imprescindibile
alleata e che continuiamo ad onorare e
difendere malgrado tutto e a dispetto del suo
scetticismo nei nostri confronti.
Se, da una parte, capiamo le ragioni per le
quali la Chiesa è costretta ad assumere
posizioni censorie verso fenomeni di
associazionismo cavalleresco che per
inconsistenza di motivazione e finalità o per
derive eterodosse rischiamo di infondere
indirizzi scorretti di impegno cristiano,
dall’altra, non comprendiamo i motivi
dell’ostinata mancanza di doverosi distinguo a
favore di chi, come noi, agisce pubblicamente
e nel pieno rispetto dell’ortodossia
confessionale oltre ad offrire dimostrazione
di efficace impegno pratico (vedasi il
mantenimento di chiese abbandonate per
mancanza di sacerdoti e risorse o profanate da
vandali o satanisti !). Con un calendario di
quasi 50 incontri all’anno (ritiri spirituali,
testimonianze alle festività cattoliche,
assistenza alle parrocchie, gestione e
manutenzione di chiese derelitte e
abbandonate, conferenze….), ognuno di noi
offre alla Causa di Cristo molte energie
fisiche ed economiche (ci autofinanziamo e non
godiamo di alcun lascito o finanziamento
esterno), sottraendole al lavoro, alla
famiglia, al riposo.
Il nostro impegno e la nostra fede in Cristo
hanno trovato nella via cavalleresca la
propria strada espressiva. Come
Christifideles ci sentiamo alleati
preziosi della Chiesa e tali vorremmo essere
considerati. L’assistenza spirituale di quei
sacerdoti che ci conoscono perché hanno dato
ascolto alle nostre preghiere e hanno avuto il
cuore e la volontà di guidare le nostre anime
rappresenta la migliore garanzia del nostro
operato.
In carenza di curatori di anime, a Cristo
interesserà sicuramente la fede e la
determinazioni dei suoi fedeli.
Un Cavaliere
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