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"TRASLAZIONE
DELL'IMPERO. IL MEDIOEVO GHIBELLINO"
da "Rivolta contro il mondo moderno" di Julius Evola,
parte 2°, cap. 11
La
potenza della tradizione che dette il suo volto a Roma
si palesò, nei confronti del cristianesimo, nel fatto
che se la nuova fede riuscì a sovvertire la civiltà
antica, non seppe realmente conquistare il mondo
occidentale quale cristianesimo puro…lo potè più in
grazia ad elementi ripresi dall’opposta tradizione –
ad elementi romani e precristiani…
Il risultato fu dunque
un ibridismo.
Tuttavia in un
determinato ciclo l’idea cristiana secondo quei
concetti, nei quali, in genere, aveva risaltato il
sovrannaturale sembrò esser assorbita da quella romana
in forme tali, da rialzare fino ad una speciale
dignità la stessa idea imperiale, la cui tradizione
nel centro dalla “città eterna” era ormai decaduta.

Tale fu il ciclo
bizantino, il ciclo dell’Impero Romano d’Oriente.
…l’idea imperiale
bizantina presenta un alto grado di tradizionalità.
Vi si afferma il
concetto del dominatore sacrale la cui autorità è
dall’alto, la cui legge, immagine di quella divina, ha
un diritto universale…a lui spettando la direzione
delle cose sia temporali, sia spirituali.
Vi si afferma l’idea
dei “Romani”, quale unità di coloro che appunto il
crisma insito alla partecipazione all’ecumene
romano-cristiano eleva ad una superiore dignità…
L’Impero,
di nuovo, è sacrum e la sua pax ha un
significato ultraterreno.
Ma nella decadenza
romana…la sostanza etnica ancor più che nel precedente
ciclo imperiale romano fu improntata dal demonismo,
dall’anarchia, dal principio di incessante agitazione
proprio del mondo ellenico – orientale disgregato e
crepuscolare.
Anche qui il dispotismo
e una struttura centralistica burocratico –
amministrativa si illusero di raggiungere ciò che può
procedere soltanto dall’autorità spirituale di
rappresentanti degni circondati da uomini che
effettivamente, per razza interna e non solo per nome,
avessero qualità di “Romani”.
Così…dell’idea romano –
cristiana bizantina non rimasero che echi, in parte
assorbiti, in forma assai modificata, da popoli slavi,
in parte rifusi nella ripresa costituita dal
Medioevo ghibellino.
Per poter seguire lo
sviluppo…è d’uopo considerare brevemente il
cattolicesimo.
Il cattolicesimo prese
forma attraverso...vari aspetti…del cristianesimo
delle origini, l’organizzazione di un corpus
rituale, dogmatico e simbolico di là dal semplice
elemento mistico – soteriologico, l’assorbimento e l’adattazione
di elementi sia dottrinali, sia organizzativi tratti
dalla romanità e dalla civiltà classica in genere.
Ma gradatamente si
passa alla idea della parità dei due poteri, di Chiesa
ed Impero…
…si finisce con
l’ammettere l’idea che il governo regale è da
paragonarsi a quello del corpo, ma il governo
sacerdotale a quello dell’anima: così si abbandonava
implicitamente la stessa idea della parità dei due
poteri e si preparava una effettiva inversione dei
rapporti.
In Bonifacio VIII, che
non esiterà a salire sul trono di Costantino con
spada, corona e scettro e a dichiarare: “Io sono
Cesare, io sono Imperatore” si ha dunque la
conclusione logica di un rivolgimento…onde si finisce
con l’attribuire al sacerdote entrambe le spaede
evangeliche, quella spirituale e quella temporale, e
nell’Impero si considera semplicemente un
beneficium conferito dal Papa…

Così avvenne una
traslazione.
L’idea romana venne
ripresa da razze di diretta derivazione nordica…È
l’elemento germanico che ora difenderà…l’idea
imperiale…che andrà a destare a nuova vita la forza
formatrice dell’antica romanitas.
Per tal via sorgono il
Sacro Romano Impero e la civiltà
feudale.
Sono le ultime due
grandi apparizioni tradizionali che l’Occidente
conobbe.
Quanto ai Germani…nei
confronti di una “civiltà” disanimatasi da un lato in
strutture giuridico – amministrative, sfaldatasi,
dall’altro, in forme “afroditiche”…potettero ben
apparire come dei “barbari”.
Principi dell’onore,
della fedeltà, della fierezza…discendevano dalle
propaggini che per ultime lasciarono le sedi artiche e
che quindi erano state preservate dalle mescolanze e
dalle alterazioni subite da popoli affini…come…per
ceppi paleoindoeuropei stabilitisi nel Mediterraneo
preistorico.
È così che i popoli
nordico – germanici…recavano nei loro miti le tracce
di una tradizione derivata direttamente da quella
primordiale.
Il contatto dei popoli
germanici col mondo romano cristiano ebbe un doppio
effetto.
1-
Da un lato, se la loro
discesa finì per sconvolgere, in un primo tempo, la
compagine materiale dell’Impero, dal punto di vista
interno si risolse in un apporto vivificante, in virtù
del quale dovevano stabilirsi i presupposti per una
civiltà nuova e virile, destinata a riaffermare il
simbolo romano.
Per questa stessa via,
in seguito si operò anche una essenziale
rettificazione del cristianesimo e dello stesso
cattolicesimo, specie quanto a visione generale della
vita.
2-
Dall’altro lato, sia
l’idea dell’universalità romana, sia il principio
cristiano nel suo aspetto generico di affermazione di
un ordine sovrannaturale, produssero un risveglio
della più alta vocazione dei ceppi nordico-germanici,
valsero ad integrare su un piano più alto e a far
vivere in una forma nuova ciò che in essi spesso si
era materializzato e particolarizzato in sede di
tradizione di singole razze. La “conversione”, più che
snaturare le loro forze, spesso le purificò e le
adeguò ad una ripresa dell’idea imperiale romana.
Secondo l’aspetto
politico, proprio l’ethos congenito delle razze
germaniche dette alla realtà imperiale un carattere
vivente, saldo e differenziato.
La vita delle antiche
società nordico-germaniche si basava su tre principi
della personalità, della libertà e della fedeltà.
Ad essa era del tutto
estraneo sia il senso promiscuo comunitario, sia
l’incapacità del singolo a valorizzarsi…
Qui l’essere libero è,
pel singolo, la misura della nobiltà.
Ma questa libertà non è
anarchia e individualistica, è capace di una dedizione
di là dalla persona…
“La suprema nobiltà di
un Imperatore romano è di essere non un padrone di
schiavi ma un signore di uomini liberi, il quale ama
la libertà anche in coloro che lo servono.”
Per l’ultima volta in
Occidente si costituì…la quadripartizione sociale
tradizionale in servi, borghesia, nobiltà guerriera e
rappresentanti dell’autorità spirituale.
Formando dalla propria
sostanza la cavalleria (intesi come Ordini
ascetico-cavallereschi), quel mondo dimostrò di nuovo
l’efficienza di un principio superiore. Fu come una
“razza dello spirito”…
Avendo per ideale
l’eroe…il vincitore…ponendo la somma di tutti i valori
nella fedeltà e nell’onore…avendo per principio non di
amare il nemico, ma di combatterlo e di essere
magnanimi solo dopo averlo vinto…

…la “prova delle armi”,
la decisione di ogni questione attraverso la forza,
considerata una virtù confidata da Dio all’uomo per
far trionfare la giustizia, la verità e il diritto
sulla terra…si estende fino al teologico…proponendo
l’esperimento delle armi e la “prova di Dio” persino
in materia di fede.
…unisce spirito e
potenza, vede nella vittoria una specie di
consacrazione divina.
L’insieme di tali
elementi storici e mitici fa dunque sì che Goffredo di
Buglione sia – in relazione alle crociate – ancora un
simbolo per il significato di quella forza segreta…
Nell’etica cavalleresca
e nella rude articolazione del regime feudale…
Nel risorto principio
di una casta guerriera asceticamente e sacralmente
reintegrata…
Nell’ideale segreto
dell’Impero e in quello delle crociate…la
tensione verso la sintesi spirituale si allenta (e)
dopo la civiltà ghibellina – splendida primavera di
Europa strozzata al suo sorgere – il processo di
caduta riprenderà.
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