LA TRADIZIONE CAVALLERESCA |
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CAVALLERIA E CAVALIERI |
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ESTRATTO DA “VIE DELLA TRADIZIONE” |
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Anno
XXVI – Vol. XXVI – n. 103 (luglio - sett.) e n. 104 (ott.
- dic.) 1996 |
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Gaspare Cannizzo |
“…Questo
mondo sprofonderebbe il giorno in cui non producesse più un
cavaliere…”
Michelet
Come abbiamo già detto, ci
pare, né siamo i soli a pensarla così, che la nascita della
cavalleria medievale sia uno degli eventi più importanti, se
non il più importante, nella storia d’Europa dalla venuta
della religione di Cristo fino al XVIII secolo. Evento
particolare, e per molti versi misterioso, che caratterizzò
per secoli i più diversi aspetti della vita e costituì, prima
di tutto, un modo di intenderla e viverla. Tanto, nella
letteratura, nell’arte, nella politica, nei costumi, nei
rapporti uomo donna, nel modo di fare e concepire la guerra e
così via.

Ieri, oggi e forse sempre il
mondo della cavalleria e dei cavalieri susciterà enorme
fascino e tanto di più quanto il mondo diventa
anticavalleresco e senza poesia per quel bisogno che è
nell’uomo di ricercare valori ideali proprio quando più impera
il materialismo.
Le opere, le pubblicazioni,
ove trattasi della cavalleria e dei cavalieri, sono infinite e
tanto probabilmente si continuerà a scrivere e a dire.
Come nasce la cavalleria e
le sue regole? Quale la sua genesi? Già nei tempi più antichi
esisteva la classe e la dignità dell’essere cavaliere. Anche
se è la cavalleria medievale che ci interessa, non v’è dubbio
che antecedenti storici si possono trovare seppure senza
quelle particolari deontologie proprie della cavalleria del
medioevo. A Roma esisteva la classe dei Cavalieri ai quali,
come emblema del loro stato, venivano dati una collana ed un
anello d’oro (ius anularum) e l’oro, il metallo più
nobile, verrà sempre considerato il metallo dei cavalieri.
L’anello divenne particolare contrassegno di essi e la formula
aureo anulo donari o il dire anulum invenit
indicavano il ricevimento nella classe dei cavalieri. Dai
romani l’uso ed il simbolo dell’anello passerà alla nobiltà di
ogni paese e particolarmente diffusi diverranno gli anelli
signatorii, o sigilli, di cui si servirono gli stessi Re e la
cui impressione sostituiva la firma dei personaggi.
Nell’araldica l’anello diviene simbolo di potere, investitura,
nobiltà, giurisdizione, ecc.. A Roma, nella condizione
sociale, i cavalieri stavano dopo i patrizi propriamente
detti. Nei tempi più antichi a Roma venne istituito “l’Ordine
dell’anello” quale riconoscimento per i più meritevoli e poi,
con l’imperatore Tiberio, “l’Ordine degli Augustoli”. Nella
tradizione biblica vediamo il Faraone che, volendo compensare
Giuseppe per l’interpretazione del sogno delle sette vacche
grasse e delle sette vacche magre ed avendone esperimentato la
saggezza, gli dice: “Tu avrai la sovrintendenza della mia
casa, tutto il popolo obbedirà ai tuoi ordini ed io non avrò
sopra di te che la precedenza del trono… E toltosi l’anello di
mano, lo pose in mano a lui… e gli pose al collo una collana
d’oro. I poteri e gli onori concessi a Giuseppe, più o meno,
li ritroviamo fra i poteri e gli onori del Cavaliere
medioevale e le insegne donategli sono le stesse di quelle
date a Roma ai cavalieri e tutto questo è stato considerato
come facente parte di una protostoria della cavalleria. Ancora
a distanza di millenni, nel 1503, dopo la famosa disfida di
Barletta, Gonsalvo de Cordova, detto il Gran Capitano, orna i
vittoriosi italiani delle insegne di cavalleria, stabilendo
che ciascuno potesse aggiungere al proprio scudo una collana
di 13 anelli. Nel tempo, infatti, l’essere insignito di
collana continua ad indicare una dignità ricevuta e
precipuamente legata alla dignità cavalleresca. Molti Ordini
fanno pendere le insegne da una collana o da un nastro quale
sostituzione della collana.

In via immediata il termine
cavaliere rappresenta colui che sta sul cavallo e poi colui
che combatte sul cavallo e che si distingue quindi da colui
che è appiedato e che combatte a piedi. E il termine miles,
che presso i romani indicò sic et simpliciter il
soldato, nel medioevo indica il cavaliere e nascono sinonimi
differenziati e differenzianti come miles, armiger,
caballarius, vassus, etc… L’essere un cavaliere
naturalmente implicava una differenza di ceto e di censo e
quindi una nobiltà. Occorreva la possibilità di possedere e
mantenere un cavallo e quant’altro occorreva alla bisogna. I
cavalieri avevano l’obbligo di provvedere al mantenimento di
essi stessi, dello scudiero e del cavallo. Quest’obbligo
continuò in certi paesi fin dopo la costituzione degli
eserciti regolari e degli stati moderni.
Ciò valse, fino alla prima
guerra mondiale, per gli ufficiali di certi corpi in Russia e
nell’impero asburgico.
Ora – senza procedere a
particolareggiati studi e ricerche sulle origini della
cavalleria per le quali rimandiamo al bel libro di Franco
Cardini “Alle radici della cavalleria medievale”
cercheremo di tratteggiare gli aspetti che più ci interessano
ed a noi più cari.
La cavalleria, nelle regole
e deontologie più note e sue proprie, nasce dall’influsso del
cattolicesimo sulla vis guerriera pura e libera da ogni
freno che non fosse l’ethos propriamente guerriero dove
rozzezza, violenza e sopraffazione si mischiavano al coraggio,
alla forza, al culto della fratellanza e onore d’armi.

Qui un inciso merita la
fratellanza d’armi intesa come il vincolo più importante,
quasi sacro, che univa fra loro i compagni. Un’unione nel bene
e nel male, nella buona e nella cattiva sorte, per cui l’amico
dell’uno diventava automaticamente amico dell’altro ed il
nemico dell’uno nemico dell’altro. Tradire, abbandonare o non
vendicare il compagno d’armi era la peggiore infamia che il
guerriero potesse commettere. Questo sentimento era talmente
esasperato, come in genere i sentimenti della cavalleria e del
medioevo, che precedeva quello per i propri consanguinei, i
propri figli, la propria famiglia. In certi antichi
romances, ove trattasi di questo rapporto, gli stessi
figli vengono sacrificati per il bene del compagno d’armi. E’
il caso di Amis e Amiloun dove un cavaliere uccide il
figlio per fare col suo sangue un balsamo che curi il fratello
d’armi affetto da lebbra. Il sentimento della fratria d’armi,
retaggio della più antica cavalleria, si ritrova in tempi
ancora recenti presso certi corpi militari, specialmente fra
gli ufficiali, e torna ad essere oggetto di letteratura. In un
romanzo, ambientato in Russia, ai tempi dell’ultimo Zar, poco
prima della rivoluzione bolscevica, si parla di due ufficiali,
legatissimi fra loro, di cui uno si sacrifica per l’altro,
inseguito per essere ucciso, mettendosi al suo posto dopo
averne indossato il mantello. Dice l’autore: “Allora il
granduca comprese che il suo fratello d’armi si
sacrificava per lui, per dargli il tempo di fuggire…”. Questa
amicizia ideale, questa fraternità, si stabiliva solitamente
fra due persone. Potremmo pensare ad Achille e Patroclo,
Eurialo e Niso, Cloridano e Medoro, etc.. Ci pare che lo
stesso antico sigillo templare, ove sono due cavalieri su uno
stesso cavallo, adombri pure questo principio che
finirà, poi, con l’estendersi a tutti i cavalieri facenti
parte di uno stesso Ordine o di Ordini similari.

Chiusa la parentesi sulla
fratria d’armi, non c’è dubbio che la Chiesa romana – che di
guerrieri aveva bisogno da contrapporre agli altri per sua
difesa ma che non poteva permettersi di contravvenire a una
certa morale ed a certi principi – cominciò col porre in
essere un’etica e determinate regole.
Il guerriero viene
ingentilito, si fa distinzione fra bellum iustum e
bellum iniustum e nasce il cavaliere, con questo nome
intendendosi non solo e tanto chi combatte a cavallo ma chi
aderisce a certi ideali, chi segue una via che è pure ricerca
e realizzazione interiore attraverso il combattimento, il
sacrificio, il sangue versato. Questa via che potremmo
chiamare “iniziazione cavalleresca” o “via del guerriero”
ricorre non solo nel nostro occidente ma anche nel lontano
oriente. Ricordiamo la via del bushi in Giappone, la
via dello Kshatriya in India, chè anche là erano regole
ed obblighi, un codice comportamentale che non poteva essere
disatteso.

Ricerca, realizzazione
interiore, perfezionamento di sé, superamento della condizione
umana tramite l’ascesi guerriera, questo significò la
cavalleria.
Non è certo una via facile
ma pericolosa, come in più testi cavallereschi è ribadito. E’
come camminare sul filo di un rasoio, implicando delle
conquiste di ordine soprannaturale.
C’è un mistero nella
cavalleria, un mistero che non si può comprendere con i soli
supporti della ragione. Aspetti esoterici ed iniziatici
certamente vi furono, anche se non centrali per tutti i
cavalieri.
La grande possibilità, il
mezzo per il manifestarsi della cavalleria e dei suoi
substrati più profondi, è la guerra che viene spiritualizzata
comparendone chiari i principii della grande e della piccola
guerra santa.
La cavalleria dà una
particolare significazione alla guerra come all’amore, alla
morte, alla vita stessa. E guerra e amore e religiosità sono
vissuti con la stessa tensione, con lo stesso spirito, con la
stessa abnegazione, con la stessa disponibilità al sacrificio.
Per meglio capire un’epoca,
un fenomeno storico, bisogna guardare alla letterature
relativa ad esso. Quali sottili profonde emozioni non ci danno
le esaltanti letterature medievali con i cicli bretoni,
celtici, delle lingue d’oc e d’oïl, dei minnensanger, dei
canti dell’edda; e le epopee germaniche coi cicli nibelungici
e i cantari spagnoli e le gesta del Cid e i romanzi di Amadigi
di Gaula e le storie di Bernardo del Carpio. Ricordiamo anche
i grandi poeti italiani che per le loro opere presero le mosse
dalle grandi antiche epopee cavalleresche e, fra i tanti,
particolarmente l’Ariosto ed il Tasso.
E’ da dire, di passata, che
il cantare le gesta dei cavalieri e la cavalleria non fu solo
del mondo occidentale ma un fenomeno quasi universale. Così
presso i giapponesi un Bakin e un Chikamatsu, tanto per fare
un esempio, per le loro opere, si ispirarono al valore ed alle
storie dei Samuray, i cavalieri del Sol Levante, controparte
orientale del cavaliere d’occidente.

E’ tutto da comprendere il
significato della cerca cavalleresca. Se la cavalleria
è una via iniziatica essa è da considerare un mezzo e non un
fine; un mezzo per superare l’umano, per trovare e raggiungere
Dio. E’ per questa ricerca del Sé, per questo anelito, per la
disciplina di ogni istante, che il cavaliere è il vero uomo,
il vir, l’unico degno della vita più che vita, l’unico
degno di vivere. Qui la vita non è un viaggio di piacere ma un
banco di prova. Fra i fiori il ciliegio, fra gli uomini il
Samuray, ci dice una massima nipponica e questo valse pure
per il nostro cavaliere considerato il migliore fra gli
uomini. Addirittura un superuomo. E perché deve superare la
condizione umana e per le tante cose che deve conoscere e
saper fare e per le virtù che deve possedere. Dev’essere
esperto nelle arti della guerra ma anche in questioni
teologiche come un sacerdote – e ne sono esempio un Orlando
che disserta di religione con Ferraù e Ogier il danese che
vuole convertire Braihier prima del duello; deve conoscere le
leggi per amministrare la giustizia; deve intendersi di
medicina e di matematiche; deve essere coraggioso ma prudente;
deve essere generoso ed aborrire l’avarizia che è anche un
peccato mortale; deve incarnare in sé le virtù teologali e
cardinali etc… E lo stesso Don Chisciotte ci dice che la
cavalleria “è una scienza che racchiude in sé le principali
scienze del mondo…”. Abbiamo detto che la cavalleria è ricerca
ed è proprio la ricerca del Graal che diventa il paradigma per
il cavaliere. Ma cos’è il Graal? Il Graal è il Sé, il
nutrimento spirituale necessario all’uomo perché possa
realizzare la reintegrazione di se stesso, l’immortalità.
Intanto bisogna fare un
distinguo fra aristocrazia o cavalleria feudale e aristocrazia
cavalleresca o cavalleria d’arme. La prima è principalmente
legata al sangue ed al possesso della terra; nella vita e
nella guerra aveva rapporti ed obblighi ben precisi vero il
Signore da cui quella terra veniva. La cavalleria d’arme, che
è quella che ci interessa e la cavalleria per antonomasia, era
un’altra cosa; si trattava di una fratria, sodalizio,
confraternita o, appunto, società d’arme che non aveva altri
legami che i propri giuramenti; che aveva le proprie
deontologie ed obblighi comportamentali e dove la vera
distinzione nasceva dal valore personale: Seppure si
privilegiasse la nascita, nessuno poteva divenire cavaliere
se, con le sue qualità, non avesse dimostrato di meritarlo.
Particolare caratteristica della nostra cavalleria è la
supernazionalità, l’internazionalità. Tutti i cavalieri, a
qualunque paese appartenessero, si consideravano d’una stessa
razza, d’una stessa stirpe, come imparentati, ed il cavaliere
francese, per fare un esempio, si sentiva più affratellato al
cavaliere spagnolo che non allo stesso francese che non fosse
cavaliere, e i cavalieri diventavano Pares in una
fratellanza che annullava le differenze. Specialmente alle
origini non era certo facile essere ricevuto cavaliere. In
antichi scritti di cavalleria si legge: “…Cavaliere è un
uomo scelto fra mille” e nelle alfonsine Siete Partidas
è detto: “la cavalleria è una dignità… che si dava agli
uomini nobili o a quelli straordinariamente valorosi”.

Fra chi dava e chi riceveva
cavalleria si generava una sorta di parentela, un particolare
legame di fides per cui per nessun motivo al mondo si potevano
portare le armi o far guerra contro chi aveva dato
l’investitura, pena l’infamia e la fellonia. Si generava una
specie di filiazione spirituale, una specie di adozione, una
catena, diremmo iniziatica, fra cavaliere che ci ricorda i
principii e l’antica significazione del comitatus.
Re e principi aspiravano ad
essere ricevuti e si inginocchiavano davanti ad un cavaliere
per ricevere l’investitura perché “solo un cavaliere può
armare un altro cavaliere”. Ricordiamo Francesco I di Francia
armato da Bayardo, Enrico II d’Inghilterra dal maresciallo
Bisenze, Enrico VII dal conte d’Evadol etc.. Ci pare
d’altronde ovvio che nessuno può dare ciò che non ha e se fare
cavalieri significa trasmettere un’influenza spirituale, solo
chi la detiene può farlo. Nelle Partidas già citate è
scritto: “Non possono essere fatti cavalieri per mano di un
uomo che cavaliere non sia… pensarono che non era cosa
possibile né giusta che un uomo desse ad un altro cosa che lui
stesso non avesse…”.
Il cavalierato, quindi, è
una dignità che si riceve, che si conquista e che non si
detiene per solo diritto di nascita, chè la nascita,
ripetiamo, è solo una condizione favorevole, Re come Carlo
Magno o un Luigi IX cinsero personalmente il cingolo a
qualcuno dei loro figli chè la cavalleria presuppone sempre
rituale, investitura, iniziazione e trasmissione.
Vari sono gli aspetti di
quella che possiamo chiamare l’anima della cavalleria, aspetti
che possono parere antitetici eppure complementari. La
religiosità profonda, il furore guerriero, la galanteria danno
vita a quello splendido tutt’uno che fu il cavaliere.
Devozione, fedeltà e amore, Dio e la donna albergavano,
all’unisono nel suo cuore. “…Quegli uomini di ferro d’ogni
mollezza schivi / Si parano alla mente baldi, parlanti e vivi
/ Son là, coll’armi al fianco, col girifalco in mano / … /
capaci / Di morir per un nome o il più puro dei baci; / Con
tre motti stampati nel cuore e nella mente: / Il Re, la Dama,
Iddio; e su questi lucente / Come un sole a meriggio, una
grande chimera, / Legge informe, malcerta, prepotente severa,
/ Assoluta giustizia o generoso errore, / Inflessibile al pari
del cristallo: L’ONORE”/. E qui ripetiamo lo splendido motto
dei cavalieri che, in poche parole, racchiude il loro ethos e
che spesso citiamo: “L’anima a Dio, la vita al Re, il cuore
alla Donna, l’Onore a me”. Ogni commento è superfluo, ogni
ulteriore parola non potrebbe che sminuirlo.

Un cavaliere che moriva per
la difesa della religione, per il Signore cui aveva giurato
fedeltà, per non venir meno ai suoi giuramenti, raggiungeva
“la salvezza”; ma la salvezza raggiungeva pure se moriva per
la sua Dama di cui in battaglia e nei tornei portava i
“colori”. La Dama ha una parte importante ed emblematica nel
mondo cavalleresco e talora nell’investitura. In più testi si
dice che è lei che prepara i bagni purificatori per il
recipiendario; lei lo veste, gli calza gli speroni e gli cinge
la spada. Sulla Dama e sul Cigno – animale sacro alla
cavalleria e pietanza simbolica nei pranzi dei cavalieri –
vengono pronunciati i voti. Di passata è da dire che vi sono
stati dei casi, seppure eccezionali, in cui è a dama a
conferire la cavalleria come fu di Sicilia, figlia di Filippo
di Francia e moglie di Tancredi, che fece cavaliere Gervaso
figlio del visconte Donese. E la stessa donna poteva ricevere
cavalleria. Esiste pure una iconografia in merito. Di certe
donne si disse equitissa, come di Elisabetta di Hornes,
o militissa, come di Caterina Baw, o vennero indicate
come chevalieres nel caso di Merode e Alice di Hornes.
Per le donne vennero istituiti appositi Ordini cavallereschi e
ancora ve ne sono. Ricordiamo l’Ordine di S. Elisabetta,
dell’Azza, della Cordelliera, di S. Anna e potremmo continuare
con l’enumerazione di Ordini femminili antichi e moderni.
E’ un fatto che la donna,
l’elemento femminile, fanno parte del quotidiano nel mondo
cavalleresco. La devozione per la dama, scelta quale senhal
della propria vita gareggia con quella per lo stesso Dio ed è
risaputo come il Cavaliere debba sfidare e combattere per
affermare la superiorità della propria dama su quella di
altri. Questo abbiamo visto nella storia del cavaliere che
trova il Codice d’Amore legato alla catena d’oro che legava il
falcone alla pertica.
Impensabile un cavaliere che
non volgesse il pensiero alla sua dama, che non la invocasse
nei momenti di difficoltà, che non le dedicasse le imprese,
che non ne portasse i colori o un qualche simbolo. In tutte le
storie cavalleresche, più o meno antiche, questo concetto è
sempre evidenziato. Sir Kenneth, cavaliere crociato, dice
all’emiro musulmano: “… alle donne d’Europa, alle quali, dopo
il Cielo, noi che apparteniamo all’ordine dei cavalieri
giuriamo fedeltà e vassallaggio… La bellezza delle nostre dame
aguzza la punta delle nostre lance e dà filo alle nostre
spade; la loro parola è legge per noi. Sarebbe più facile
vedere una lampada spenta diffondere luce che un cavaliere
senza l’amore della sua dama segnalarsi per le sue gesta…”. In
quel capolavoro che è il Don Chisciotte ove – dietro arguzie e
sottili ironie che mal celano l’amore e la nostalgia per un
mondo perduto – è un inno alla cavalleria e alle sue
costumanze, ancorchè l’osservatore superficiale non se ne
avveda, il Cervantes che fu il vero cavaliere ed eroico
combattente così fa parlare il suo eroe: “…E’ impossibile,
assolutamente impossibile che ve ne sia uno senza dama,
giacchè l’essere innamorati è ad essi proprio e naturale, come
al cielo essere stellato. Cavaliere senza amori non s’è mai
visto in alcuna storia; e se tale fosse sarebbe una ragione di
considerarlo non già cavaliere legittimo ma bastardo, ed
entrato nella fortezza della cavalleria non per la porta, ma
scavalcando di furto il muro come un malandrino…”.

C’è un ultimo comandamento
dell’antica cavalleria che ci sembra essere a tutt’oggi di
grande valore: “Non mentire”. Io intendo con ciò che nel
nostro modo di pensare e di vivere bisogna avere in orrore le
piccole abitudini servili, i modi di essere tortuosi, le
sottili menzogne, i sottintesi e le ambiguità. Di tutte le
cose che esistono nel mondo, niente come la cavalleria aborre
la non chiarezza. Essa vuole che noi affrontiamo i pericoli
dell’ora presente con la più cristallina franchezza, che non
nascondiamo mai il nostro vessillo; che ripetiamo, se crediamo
nel Cristo eterno, il grido dei primi martiri: “Io sono
cristiano” e che a fronte alta e con animo adamantino siamo
capaci non solamente di morire per la verità, ma, cosa assai
più difficile, di vivere per essa”.
